Guarda arrivano i lupi, diceva Ivan Graziani. Dicembre crudele, fatto di tredicesime ricordo, acconti inps, compleanni un pochino noiosi e ricordi agrodolci di mille anni fa, di una famiglia che assomiglia più ad un quadro impolverato che ad un’entità umano/sociale. I lupi. Sono certo che una trentina tra di voi non rimangono indifferenti a questa parola. I lupi mannari, se non vado errato, si chiama il gioco. Ma non è il gioco. Ci ho riprovato da solo, con altri, una noia mortale. I lupi è quella sera in cui ci si incontra, tra conoscenti e amici di sempre, tra nuove fidanzate e facce strane, facce che non vedi da un anno, tutti ad un tavolo, a giocare ad uno strano gioco, che si fa senza carte, o quasi senza carte. Il momento in cui la mia passione/necessità per l’alcool s trasforma in una rinnovata passione per la coca cola, il panettone. Il momento in cui mi rendo conto chi tra gli amici è più furbo, chi più di cuore, chi più opportunista. I lupi è tornare a casa non tardissimo, e parlare fino ad addormentarsi col proprio lui/lei di quanto è stato furbo quel Nicola XX o quella Terri YY all’ultima mano. I lupi è la bellezza di reincontrare quella padrona di casa, che “non sia mai a darle del lei”. Quel padrone di casa che vigila, divertito, su cosa fa il suo bambino (bambino insomma…) I lupi sono il proprio padrone di casa. Sono le pistole con le ventose, sono gli effetti sonori inventati, sono la continua introduzione di nuove regole, le risate “a la fantozzi” (avete presente quando il megadirettore che gioca a biliardo ride e a un certo punto dice “”basta” e li tutti muti? ecco). I lupi sono questo. I lupi sono troppo lontani. I lupi sono la certezza che, quando arrivano, per un breve ma intenso periodo non ci sei per il mondo. I lupi sono le zingarate di amici miei, ma senza schiaffi in stazione. I lupi sono troppo lontani.

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