Non so da dove iniziare, ettore. 365 giorni sono abbastanza per dire di conoscerti. 365 notti insieme. E se non insieme, distanti pochi centimetri. Io qualche notte in meno di mamma. E per questo la odio, lei è in vantaggio! E mentre sei distante pochi centimetri, sentire la tua mancanza, anche se sei solo sul lettino, neanche nell’altra stanza. Farti volare sulla mia testa. Farmi mangiare il naso. Quando ridi e quasi ti manca il respiro per le risate. Eppure papà non ti ha comprato nulla, non ti manda alla scuola di inglese per neonati, non ti manda all’asilo nido. Sei più di quello che mi aspettassi. Sei più di quello che chiunque potrebbe aspettarsi. Sei il sole. Il fatto che non ascolti nessuno. Il fatto che non ti stanno simpatici tutti, e lo stupore di scoprire che non ti stanno simpatiche le persone che a me non stanno simpatiche. Non fai nulla di quello che cerchiamo di insegnarti. Proprio non ne vuoi sapere. Piangi come uno scemo, ti disperi, urli. Perchè vuoi noi, le nostre attenzioni. Potremmo vivere in una baracca (e con la nostra attuale casa ci avviciniamo parecchio al concetto), e tu saresti comunque felicissimo. Il fatto che di notte sei sveglio quando lo siamo noi. Come balli quando vedi papà che sta suonando. Come inizi ad urlarci cose quando alziamo la voce tra di noi, e come ti butti prima su uno e poi sull’altro per farci fare pace. Quel “hei” meraviglioso che mi fa dimenticare che ho un sacco di problemi. La televisione, che ha su di te lo stesso appeal che ha su di me. Quindi nessuno. Il tuo sguardo quando mi rivedi dopo poche ore. Il fatto che non sai cosa sia l’uomo ragno, o masha e orso. Il fatto che quando usciamo insieme io e te e basta, a me sembra di portare in giro un diamante da 1000000 carati, per quanto splendi. Il fatto che TUTTI, cazzo, proprio tutti, ti adorano. E vedo che ti trattano in maniera diversa rispetto agli altri tuoi coetanei. Splendi, di luce tua. E chi ti conosce, dentro te sa che sta vedendo un bambino molto molto speciale. Il fatto che non somigli né a me, né a mamma. Tu sei ettore, e basta. La tua passione quasi carnale per le mie chitarre, per il piano. Non ti chiederò bacini, e se te ne chiederò, rispondimi come rispondevo io a tuo nonno. Amici miei, se potete, se leggete queste parole, se avete qualche dubbio, vi dico questo. Fatelo, sto cazzo di figlio. Se sarete fortunati, avrete il vostro ettore personale. Il mio è mio. E non lo lascerò mai. Inventerò la ricetta dell’immortalità per vivere insieme a lui il più a lungo possibile. E scrivete qui sotto un commento. Qualcosa di lui, qualcosa che vi ha colpito di lui, un ricordo di vita con lui, un momento vissuto insieme a lui. Li leggerà quando sarà grande. Date un senso a questo sito. papà Roberto

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