h 9. Sento chiudere la porta d’ingresso. Dormo. h 12. dormo h 17. dormo h 20. dormo. Non è il reportage di una giornata pigra, bensì il reportage di una delle giornate più brutte della mia vita.

Venerdì sera.

Dovevo accompagnarla ad un concerto. Diciamocelo, un concerto di merda, in un posto di merda, pubblico di merda. E lei non era neanche pagata. Fa nulla. Ci vado lo stesso. Mi bevo i miei (soliti) 3 bicchieri di vino, almeno li non pagherò. E invece devo pagare. Me ne vado. Non mi avrete mai. Torno indietro. Si, indietro. Perchè sono un cretino che non sa decidersi. Entro, e mi vedo proprio la solita scena. Lo scemo del villaggio, porello, che batte le mani. Vuoto incredibile, età media sul palco 45 (abbassata in maniera considerevole dai 25 di lei). Rimango, oramai ho pagato l’ingresso. Lei fa tre cori di merda. Gratis. Grappa, per non pensare. Barricata? No, ma il genio pensa bene di barricarmela con il tabasco, che dio lo punisca in eternità. Niente, ricomincio a pensare, puntualmente. A quanto in basso sia caduta la musica, a quanto in basso sia caduto quel locale, a quanto in basso siano caduti quei musicisti. A pensarci bene, quei musicisti sono sempre stati in basso. Ma non diteglielo. Me ne vado. “Ci vediamo dopo, ti lascio la  macchina” , le ultime parole dotate di R della serata. Me ne vado a piedi, incazzato. Vorrei fumare, ma ho smesso. Da coglioni ricominciare (se avessi fumato, quella sera, non sarei qui a scrivere). Ok, allora bevo. Una birra ad una camionetta, camminando. So che mi farà male, ma sto camminando svelto, spedito, sto arrivando dagli amici al pub (che più che un pub è una cantina schifosa frequentata da ubriaconi seriali, ma facciamo pure finta che sia un pub). Ciao rob ciao rob –> menabrea. Vanno via le prime R. Barcollo tra un “supellocwio” a un “io quando suono non penso agli accowdi”. Insomma, un ubriaco da macchietta. Arriva lei. Seconda menabrea, perchè quando uno è coglione è coglione. Al tentativo di terza, l’amico dice “ualio ca d sind mal”. Demordo. Li arriva una scienziata, che vistomi biascicare, pensa bene “offriamogli un amaro”. Ore 4. h 4.30. Urlo in macchina con lei che ha l’unica colpa di suonare con dei musicisti ridicoli. h 4,40, nero, black out.

Sabato mattina.

Sveglio, col “solito mal di testa della mattina”. Corro a far colazione, per creare il nido al mio solito oki. Lei è incazzata. Giustamente. Doccia gelata, gelida. La giornata è grigia. Non passa. Vomito. Non passa. Torno a letto. Il suo odio nei miei confronti si trasforma in preoccupazione, blanda. Stellina mia, ho 32 anni, tranquilla, mi riprendo.

Sabato pomeriggio.

E invece no. Fame d’aria, finestra aperta e fuori 12 gradi col vento. Lei resta li. Io vedo tutto buio, e oscillo in continuazione tra caldo sahariano e freddo della steppa. Sudo, e vorrei 100 coperte un secondo dopo. Dormo ancora. La sua preoccupazione si trasforma in pianto sommesso, delicato. E io ho sempre meno forza. h 17. Inizio a tremare, seriamente. Non riesco a parlare. Respiro prima piano, poi affannosamente. Il suo pianto sommesso diventa disperazione. Chi mi conosce sa che non mi faccio dare una mano neanche morto. Lei minaccia un’ambulanza. Io resto in silenzio. Non posso fare altro, il letto è una prigione oramai. Penso a lei, penso a mia sorella, penso all’amica dottoressa che mi assiste da lontano via sms, penso a quei due amici che farei preoccupare. Prendo le ultime (ma ultime veramente) forze rimaste, e vado in bagno. Vomito quello che sono riuscito a vomitare. Alla fine, un sapore familiare. Padre peppe. Grazie amica delle 4. Il pianto disperato diventa minaccia. “chiamo qualcuno”. Cerco di dire “stellina mia stai tranquilla, pare che io stia meglio ora”. Ma mi esce forse un rantolo. Buio, ancora. ore 20. Lei dorme, vestita, accanto a me. Non deve essere un bello spettacolo dall’esterno. Le accarezzo il naso. Si, è facile, con quel nasone. Apre gli occhi, e li richiude.

Sabato notte.

Sono vivo, ma mi sono cagato sotto.

Cosa ho capito da questo

  1. fumare fa meno male che bere
  2. oramai passiamo le serata a contare le birre
  3. la privazione dell’alcool è un problema sociale
  4. stavo per subire una lavanda gastrica, o stavo per sperimentare il coma etilico. Boh.
  5. Bacco nelle gnostre fa cagare seriamente. Sarà la mancanza di alcool forse. Ma fa schifo.
Ragazzi. OCCHIO. Basta poco per trasformare una giornata nell’inferno sceso in terra. E se non riuscite a divertirvi senza bere, nulla, chiedetevi dove state sbagliando.

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